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Il mondo arabo continua a non riconoscere Israele come Stato degli ebrei

Tra speranze e delusioni è iniziata l'era del dopo Annapolis, con la preoccupazione che tutto cambi perché nulla cambi.

 

FIAMMA NIRENSTEIN 

  

Nella settimana della Conferenza di Annapolis altri due eventi hanno segnato il calendario: il 29 novembre è stato il sessantesimo anniversario della partizione territoriale stabilita nel 1947 dall'Onu che suddivideva il territorio del mandato britannico fra Israeliani e Palestinesi. Per inciso ricorderemo che David Ben Gurion accettò la decisione mentre l'intero mondo arabo rispose con l'aggressione di cinque eserciti al piccolissimo nuovo Stato. L'Onu non ebbe niente da dire per difendere la sua creazione.

 

Sempre nella settimana di Annapolis, papa Benedetto XVI ha parlato delle Nazioni Unite come di una grande delusione morale, denunciato il relativismo dell'Onu, il suo opportunismo, la sua incapacità di porsi in maniera inequivoca dalla parte della giustizia.

 

Menzioniamo questi tre eventi perché essi ci dicono di come sempre "tutto cambi perché niente cambi". Ancora oggi il problema del novembre del 1947 si è ripresentato ad Annapolis come se tante guerre e tanti morti nel conflitto israelo-palestinese avessero invano marchiato la storia di questi sessant'anni. La questione della legittimazione sembra intatta, come il ritratto di Dorian Gray. Il conflitto israelo palestinese viene accompagnato dal medesimo cinismo che negli anni ha punteggiato l'azione del consesso internazionale, specie dell'Onu, nei confronti di Israele. Nella ricorrenza del 29 novembre invece di festeggiare la nascita di Israele l'Onu ha marchiato la giornata con una cerimonia di lutto per il popolo palestinese in cui sono state esposte solo la bandiera palestinese e quella delle Nazioni Unite, e anche negli anni scorsi ha dimostrato la sua gioia prima con l'esposizione di una grande carta da cui mancava completamente Israele (nel 2005) e poi con una mostra sulle sofferenze dei profughi (2006).

 

Nonostante le parole di pace e lo sforzo americano, il segno di Annapolis è quello di una sostanziale mancanza di legittimazione nei confronti dello Stato Ebraico. Ad Annapolis fra i 49 stati convenuti, i 16 Paesi arabi hanno avuto occasione di mettere tranquillamente in scena un'autentica politica di apartheid nei confronti della delegazione israeliana: porte separate, pasti separati, elicotteri separati, nemmeno una parola o una stretta di mano, i sauditi che altezzosamente annunciano che non ci si aspetti da parte loro nessun segnale di gentilezza verso quello Stato criminale, il gruppo dei giornalisti israeliani che, unici fra quelli di tutto il mondo, vengono tenuti fuori della porta dell'ambasciata saudita durante una conferenza stampa. La ministra Tzipi Livni è stata colta, esasperata, nell'atto di esclamare: "perché tutti mi trattano così male? Perché nessuno mi saluta?". Al contempo, sul terreno più politico, mentre Ehud Olmert pronunciava un discorso pieno di promesse e anche di mea culpa, in cui il Primo ministro israeliano esprimeva per l'ennesima volta nella storia dello Stato Ebraico la volontà di arrivare alla soluzione di due Stati per due popoli l'uno a fianco dell'altro - lo Stato palestinese per i palestinesi e quello d'Israele per il popolo ebraico - Abu Mazen invece ribadiva l'antica posizione di Arafat che ha portato a tante guerre e tante delusioni. Infatti il Presidente palestinese, mentre peraltro auspicava uno Stato Palestinese e una serie di gesti di conciliazione da parte di Israele, non era affatto pronto a dichiarare la sua determinazione a creare nello Stato Palestinese la vera, unica casa nazionale per il suo popolo. Di fatto, la richiesta ribadita di attuare il "diritto al ritorno" implicava, ed implica, l'idea che i confini dello Stato palestinese non possano essere determinati se non mettendo in conto in anticipo lo sconfinamento politico ancor prima che geografico dei palestinesi all'interno di una Israele vaga, incerta, forse destinata a sparire. Di fatto ancora una volta si è presentata, come se niente fosse accaduto in questi decenni, il problema della legittimità dello Stato d'Israele come Stato ebraico ad esistere, e questo sottintende naturalmente uno ius sanguinis del popolo arabo alla cosiddetta Palestina Storica. Storica, in quanto denominata tale dai Romani, certo non in quanto regno indipendente, che tale è stato soltanto al tempo degli ebrei; storica, in quanto chiamata così comunemente dai turchi quando dominavano l'impero ottomano, o dagli inglesi, quando gli fu affidato il mandato che semmai era destinato a realizzare un focolare per gli ebrei, in una zona che storicamente,oltre che Palestina (senza per questo riferirsi affatto, ripetiamo, a nessun inesistente nei secoli potere stabilito) è stata piuttosto chiamata Siria Meridionale.

 

Annapolis non ha preso il toro per le corna dell'unica questione veramente rilevante per raggiungere la pace fra i palestinesi e gli israeliani: il reciproco riconoscimento, la reciproca legittimazione.

 

Annapolis non ha preso il toro per le corna dell'unica questione veramente rilevante per raggiungere la pace fra i palestinesi e gli israeliani: il reciproco riconoscimento, la reciproca legittimazione.

 

Perché mentre il governo di Israele si è piegato già da adesso all'idea di liberare terroristi a centinaia, di facilitare il movimento, e per il futuro a impegnarsi per grandi rinunce territoriali, lo sgombero di parte degli insediamenti, la condivisione di Gerusalemme anche se tutto questo costerà scontri e persino rivoluzioni (ne abbiamo avuto un assaggio mentre Ariel Sharon preparava lo sgombero unilaterale di Gaza), non potrà mai piegarsi a stringere un accordo che cela nell'idea del ritorno dei profughi quello della sparizione dello Stato Ebraico. E un'altra cosa a cui non potrà piegarsi è la criminalizzazione come fatto consueto e persino dozzinale, l'apartheid mentale, l'essere considerato il criminale dell'area, alla stregua di un condannato a morte scampato per caso e destinato al pubblico ludibrio: perché questo tipo di delegittimazione è la porta d'ingresso, e la più consueta, della delegittimazione per cui il terrorismo contro gli ebrei è permesso, anzi, auspicabile.

 

Ad Annapolis c'è stata molta esibizione di "pompa e circostanza", la solennità che Bush ha voluto dare all'evento e la promessa che entro un anno si arriverà a un accordo definitivo hanno fatto rifiorire la causa palestinese che si era avvizzita sul contrasto interno fra Hamas e Fatah e le reciproche atrocità compiute nella guerra civile. Olmert e Abu Mazen adesso hanno una serie di appuntamenti per cui le loro delegazioni di pace devono incontrarsi continuamente e i loro leader una volta ogni due settimane. Può darsi che gli eventi, la consuetudine, la pressione, li portino a costruire un'atmosfera pacifica. Ma non dobbiamo scordare che ormai esistono non volumi, ma biblioteche intere di soluzioni territoriali e amministrative disegnate durante la preparazione di quegli accordi precedenti (Oslo, Wye, Camp David) che proprio sul più bello sono state vanificate dall'attacco terroristico massiccio. Questo attacco, che si è fatto Intifada del terrorismo suicida dopo il rifiuto di Arafat a Camp David, voleva dire una cosa sola: non possumus. E' impossibile accettare che Israele esista. Accettare l'esistenza dello Stato Ebraico proclamando lo Stato palestinese è una proibizione interiore, psicologica, prima ancora che un problema politico. Basta parlare come abbiamo fatto più volte con la gente comune, che sinceramente spiega che gli ebrei spariranno, basta solo un po' di pazienza. E' per un leader palestinese una condanna a morte di carattere storico sostenere il contrario, e anche, molto praticamente, personale. Quando Natan Sharansky a Camp David si è azzardo a dire a Arafat che si complimentava perché ormai gli accordi territoriali gli apparivano vicini, Clinton gli disse "ma sei pazzo, così lo condanni a morte". Arafat non si fece condannare a morte: preferì lanciare l'Intifada e sbattere la porta senza lasciare aperti spiragli di ripensamento, di trattativa. Adesso la intensa volontà di George Bush di portare ad Annapolis il mondo intero per costituire uno schieramento in cui primeggino gli arabi moderati per contrapporsi alla minaccia atomica di Ahmadinejad ha riaperto il file, senza tuttavia riuscire, in realtà, né a cambiare le carte del conflitto israelo palestinese, né nella deterrenza a Ahmadinejad. Abbiamo visto dieci giorni dopo Annapolis che i Sei Paesi del Golfo, in testa il sovrano saudita, hanno accolto in pompa magna Ahmadinejad a Doha in un summit teso a preservare il mondo mussulmano "dalle intromissioni straniere". Abbiamo anche visto l'autogol dei servizi segreti americani che dichiarando che la bomba iraniana fu bloccata nel 2003, hanno fallito invece nel trasmettere il messaggio, pure scritto nel loro rapporto, che l'arricchimento dell'uranio è stato poi ripreso fino a prometterci negli anni fra il 2010 e il 2015 il pericolo nucleare che tutti sappiamo essere in fase di arrivo. Non si vedono segni di successo per Annapolis, né dall'una né dall'altra parte, mentre Israele è sempre più solo.

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