1)   NUOVA! Il mondo arabo continua a non riconoscere Israele come Stato degli ebrei   - Fiamma Nirenstein  - gennaio 2008

2)   NUOVA! A Sderot sotto i razzi, dove la gente ha esaurito la pazienza e le lacrime  (Click here to read!) - Fiamma Nirenstein - 24 gennaio 2008

3)   Allarme Onu: Hezbollah è più forte di prima     -  Fiamma Nirenstein -26 ottobre 2007

4)   Viva Israele! – Magdi Allam - «La difesa della sacralità della vita coincide con il diritto a esistere dello Stato ebraico»

5)   Introduzione: Palestinesi ed altri rifugiati           Endre Mozes  

            Altri profughi dimenticati                - Silvia Golfera – di Morasha.it  

6)   Sauditi chiedono il suicidio di Israele –  “proposta di pace”      - Giorgio Israel

7)   L'Europa è finita - parola di Mark Steyn           - Daniel Pipes -

8)   La fine della Guerra - Haifa: Il giorno dopo          - Reuven Sonsino

9)   Hezbollah addestra bambini alla guerra!             - La STAMPA

10) Israele accelera: via alla nuova offensiva           -  Fiamma Nirenstein:

11) IL Tempo.it: Petizione del padre di una vittima dei kamikaze contro il film «Paradise now»                                                   

12) Al Segretario Generale Sua Eccellenza Kofi Annan,  C/o Nazioni Unite

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1)             Il mondo arabo continua a non riconoscere Israele come Stato degli ebrei

            Fiamma Nirenstein                                                                               Gennaio 2008

                                   

Fiamma Nirenstein

Tra speranze e delusioni è iniziata l’era del dopo Annapolis, con la preoccupazione che tutto cambi perché nulla cambi.

Nella settimana della Conferenza di Annapolis altri due eventi hanno segnato il calendario: il 29 novembre è stato il sessantesimo anniversario della partizione territoriale stabilita nel 1947 dall’Onu che suddivideva il territorio del mandato britannico fra Israeliani e Palestinesi. Per inciso ricorderemo che David Ben Gurion accettò la decisione mentre l’intero mondo arabo rispose con l’aggressione di cinque eserciti al piccolissimo nuovo Stato. L’Onu non ebbe niente da dire per difendere la sua creazione.

Sempre nella settimana di Annapolis, papa Benedetto XVI ha parlato delle Nazioni Unite come di una grande delusione morale, denunciato il relativismo dell’Onu, il suo opportunismo, la sua incapacità di porsi in maniera inequivoca dalla parte della giustizia.

Menzioniamo questi tre eventi perché essi ci dicono di come sempre “tutto cambi perché niente cambi”. Ancora oggi il problema del novembre del 1947 si è ripresentato ad Annapolis come se tante guerre e tanti morti nel conflitto israelo-palestinese avessero invano marchiato la storia di questi sessant’anni. La questione della legittimazione sembra intatta, come il ritratto di Dorian Gray. Il conflitto israelo palestinese viene accompagnato dal medesimo cinismo che negli anni ha punteggiato l’azione del consesso internazionale, specie dell’Onu, nei confronti di Israele. Nella ricorrenza del 29 novembre invece di festeggiare la nascita di Israele l’Onu ha marchiato la giornata con una cerimonia di lutto per il popolo palestinese in cui sono state esposte solo la bandiera palestinese e quella delle Nazioni Unite, e anche negli anni scorsi ha dimostrato la sua gioia prima con l’esposizione di una grande carta da cui mancava completamente Israele (nel 2005) e poi con una mostra sulle sofferenze dei profughi (2006).

Nonostante le parole di pace e lo sforzo americano, il segno di Annapolis è quello di una sostanziale mancanza di legittimazione nei confronti dello Stato Ebraico....                   ( continua http://www.fiammanirenstein.com/articoli.asp?Categoria=4&Id=1889  )  

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2)      A Sderot sotto i razzi, dove la gente ha esaurito la pazienza e le lacrime Click on title to read!) - Fiamma Nirenstein - 24 gennaio 

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3)      «Allarme Onu: Hezbollah è più forte di prima»


Fiamma Nirenstein
Dal GIORNALE del 26 ottobre 2007

Forse ha aspettato troppo il segretario generale dell’Onu Ban Ki-moon quando, in un rapporto per il Consiglio di Sicurezza, mercoledì ha dichiarato «sconcertante e in piena contraddizione con i termini della risoluzione 1559» il fatto che gli Hezbollah abbiano «ricostruito e persino aumentato la loro capacità militare» rispetto a quel luglio del 2006 in cui trascinarono Israele in guerra.

[
Leggi il resto ... ]

Eyal Mizrahi on dom 28 ottobre 2007

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4)      Viva Israele!

  1Iuglio 2007

 http://www.corriere.it/Primo_Piano/Esteri/2007/05_Maggio/13/magdi_israele.shtml

 

ANTICIPAZIONE Nel nuovo libro, Magdi Allam parte dalla sua esperienza per denunciare l'ideologia del jihadismo

«La difesa della sacralità della vita coincide con il diritto a esistere  dello Stato ebraico»

 

Cari amici, ciò che vi accingete a leggere è una testimonianza di fede. La mia fede profonda e incrollabile nella sacralità della vita. La vita di tutti: la mia, la tua, la sua, la nostra, la vostra, la loro. Dei musulmani, in mezzo ai quali sono cresciuto dibattendomi tra il bene e il male; dei cristiani, che mi hanno educato a coniugare fede e ragione; degli ebrei, che si sono inverati in me nella straordinaria metamorfosi da pacifici spiriti ingiustamente perseguitati in fiere persone giustamente risolute; di tutti gli uomini di buona volontà, nei quali ho scoperto il fascino della vitalità interiore che aspira ai nobili ideali della fratellanza e dell'amore (...)- In queste pagine ho voluto raccontarvi il mio lento e sofferto percorso esistenziale dall'ideologia della menzogna, della dittatura, dell'odio, della violenza e della morte alla civiltà della verità, della libertà, dell'amore, della pace e della vita. Fino a maturare il pieno convincimento che, oggi più che mai, la difesa del valore della sacralità della vita coincida con la difesa del diritto di Israele all'esistenza. Perché io posso testimoniare che nel momento in cui, nell'Egitto degli anni Cinquanta e Sessanta, si è negato il diritto di Israele all'esistenza, si è messo in moto un processo nefasto e irrefrenabile che ha coinvolto tutti coloro che vengono catalogati come «diversi» e finiscono per essere condannati come «nemici».

Si è cominciato

 

(Magdi Allam)

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5)      Altri profughi dimenticati

 

Un Introduzione: Palestinesi ed Altri Rifugiati

                        Endre Mozes*              - 16 Iuglio 2007

 

Il 98% dei rifugiati palestinesi ufficialmente dichiarati non hanno mai vissuto in Israel, percio` non possono mai essere usciti dall'Israele.

 

Altri rifugiati attorno al mondo come gli 800.000 rifugiati ebrei, che sono scappati da stati Arabi, affrontando dei grandi pericoli e molte avversita` sono stati di solito assorbiti dal loro nuovo paese entro una decade o due.

 

Ma non i palestinesi - perche` i loro leaders hanno preferito coltivare questo status di rifugiati per ben 60 anni, sia come una fonte, senza precedenti, di incessanti aiuti internazionali, sia come una giustificazione o meglio un pretesto per delle violenze mai visto.

 

Leggere qui sulla sorte di altri, veri rifugiati.

 

(*)  E. Mozes - Presidente, Take-A-Pen

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Altri profughi dimenticati
     Silvia Golfera                                          -  Giugno 25, 2007

"...Donne, bambini, anziani. Gli uomini non c'erano. Stipati nei pullman, ci diedero coperte, perché faceva freddo. Ci avvolgemmo tutti tremanti, fra i pianti dei bambini piccoli e il vociare confuso dei profughi. Dopo l'appello, i pullman partirono tutti in fila, per Alessandria, e di lì saremmo salpati... Alcuni poliziotti egiziani salirono armati sui pullman...e con aria spavalda confiscarono...oggetti d'oro che le profughi avevano addosso...Un poliziotto pretese anche la fede di una profuga".

Così Carolina Delburgo, signora bolognese di origine egiziana, racconta la cacciata della sua famiglia e di molti altri correligionari, dall'Egitto, dopo la crisi internazionale del 1956, quando Nasser, nazionalizzato il canale di Suez, ne impediva il transito alle navi israeliane. Fu il primo di una serie di conflitti con Israele. Il più grave quello del 1967, con la guerra dei Sei giorni. Gli ebrei egiziani ne pagarono un prezzo altissimo.

Da Radio Cairo, il 25 maggio 1967, la voce di Nasser tuonò non solo nelle case egiziane, ma in tutta l'Africa mediterranea: "Il mondo arabo è fermamente deciso a cancellare Israele dalla carta del mondo". Dei 100.000 ebrei egiziani del 1948, ne resistevano nel 1976 circa 200.

Una vicenda questa di cui si parla poco, ignorata dai media e dagli storici. Una vicenda troppo calda, forse, perché la si possa affrontare in un momento tanto gravido di tensioni. L'ha raccontata Magdi Allam, sulle colonne del Corriere della sera, in un articolo del novembre 2004, dove scrive che "perdendo i loro ebrei, gli arabi hanno perso le loro radici e hanno finito per perdere se stessi".

Rinnegare se stessi, o parte di sé, comporta sempre un prezzo alto, in termini di identità e di equilibrio. 'Rinnegare l'anima' è parente stretta del 'venderla al diavolo', ricorda Allam. Purtroppo le tragedie che percorrono il mondo mussulmano sono una conseguenza pure di quelle scelte.

Alcuni anni fa un breve documentario di Pierre Rehov, "L'esodo silenzioso", fu presentato a Milano, prima di sparire dalla circolazione. Eppure l'esodo degli ebrei dai paesi mussulmani ha segnato una ulteriore pagina nera di quel nerissimo secolo ventesimo da cui non riusciamo a liberarci.

Il libro di Carolina Delburgo, delicata storia familiare, ha il merito di resuscitare la memoria di un evento che, con i suoi pogrom sanguinosi, la sobillazione dei furori popolari, la demonizzazione del nemico, gli espropri e le prepotenze, ha rivaleggiato nei metodi, se non nei risultati, con la politica antisemita di Hitler.

"Quella sera gli ufficiali perquisirono la casa, e non trovando nulla per incolparci, invitarono mio padre e la zia Sara...a seguirli per "delle formalità" da fornire al commissariato. Da quel momento mio padre e mia zia sparirono nel nulla", racconta l'autrice.

Ha termine così quella convivenza, non sempre pacifica, ma comunque proficua e stimolante fra gente di varie culture e religioni, che facevano dei paesi arabi affacciati sul Mediterraneo società sostanzialmente multietniche
Nel 1956 dall'Egitto furono cacciati circa 30.000 ebrei. Pian piano la Cairo cosmopolita dove circolavano lingue e culture diverse, raccontata con nostalgia dallo scrittore Naghib Mafuz, si svuota delle sue molteplici identità per conformarsi ai dettami del nuovo nazionalismo arabo

La famiglia Delburgo, di nazionalità italiana, approda nel porto di Brindisi. L'unica cosa che ha portato con sé è la propria abilità professionale, la volontà di riconquistare una vita dignitosa, la tenacia nel fronteggiare le difficoltà, quegli 'scherzi della sorte' che la storia ha spesso riservato al popolo ebraico. Fortunatamente questa vicenda amara e sconfortante ha un lieto fine. Carolina Delburgo racconta come "fummo davvero commossi e molto grati per la grande umanità con cui fummo accolti, non appena sbarcammo in Italia", alimentando in qualche modo quel mito di "italiani brava gente", così consolatorio per noi, ma purtroppo spesso smentito dalla storia e dalla cronaca. Non in questo caso, però, poiché la famiglia Delburgo riesce a integrarsi felicemente nella società italiana. Senza perdere la propria memoria e nella consapevolezza che niente è mai garantito per sempre: "Ricordatevi che siamo ebrei e...non esiste generazione che non venga colpita da circostanze e fatti incresciosi. È capitato a vostro padre che è vissuto in Europa, ma è capitato anche a me che sono vissuta in Africa...Quando scoppia un conflitto le autorità portano via tutto quello che possono: casa, auto...prosciugano i conti bancari...ma di una sola cosa non potranno mai impossessarsi né mai toccare: la vostra cultura, quello che avete studiato e quello che gli studi vi avranno insegnato a capire!" rammenta Carolina alla figlia adolescente.

Ebbene, la memoria storica serve anche a difendersi dagli errori e dagli orrori del passato. Per questo teniamo vivo il ricordo della Shoah. Per lo stesso motivo trovo ugualmente urgente ricordare le persecuzioni che gli ebrei hanno patito nei paesi mussulmani, tanto più che proprio da lì vengono oggi le più feroci minacce di una nuova apocalittica distruzione verso Israele e tutto il suo popolo. È la convenienza politica che ci spinge a tacere? O ci illudiamo forse che sia un affare fra "altri", in cui non intrometterci, come un tempo fra Hitler e gli ebrei, e che solo chiudendoci gli occhi ne resteremo fuori?

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Newsletter di Morasha.it  a cura di David Piazza - Kolòt-Voci - June 25, 2007

Carolina Delburgo "Come ladri nella notte" ed. Rotas Barletta 2006
Richiedibile gratuitamente a info@cauterium.org
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www.morasha.it  
- La porta dell'ebraismo italiano in rete

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6)      I sauditi chiedono il suicidio di Israele e subito piace la loro “proposta di pace”

(The Saudis suggest Israel to commit suicide – and call it a 'peace proposal')

By Giorgio Israel

Tempi, 19 aprile 2007
I francesi lo chiamano “langue de bois”, lingua di legno. È il linguaggio politico dell’ipocrisia, delle formule vacue miranti a difendere una versione ufficiale, anche se non ha alcun rapporto con la realtà. La “langue de bois” domina in certi commenti sulla “proposta di pace” dell’Arabia Saudita che la vantano come una nuova e grande opportunità. Al contrario, si tratta della “soluzione” più vecchia e irrealistica: il ritorno di Israele entro i confini precedenti la guerra del 1967, con la divisione di Gerusalemme in due e l’accettazione del diritto al ritorno dei profughi palestinesi e discendenti, generosamente stimati in 5 o 6 milioni. È una soluzione superata dalla risoluzione 242 dell’Onu – che prevede il ritiro di Israele “da” (e non “dai”) territori occupati – , dalle bozze di accordo di Camp David, ed anche dall’“intesa” di Ginevra raggiunta informalmente da esponenti “progressisti” delle due parti. Oltretutto in quelle bozze di intesa si offriva a Israele una vera pace, mentre qui si prospetta soltanto la possibilità di “relazioni normali” e non si parla di una soluzione definitiva. In sostanza, è una linea coerente con quella del governo palestinese di Hamas, che alle condizioni saudite accetta di stabilire una “hudna” (tregua) anche ventennale, per poi giungere alla fase finale della vertenza. In che senso “finale” è facile immaginare, dopo che Israele avesse accettato di accogliere sulla propria terra qualche milione di palestinesi, mettendosi in condizioni analoghe a quelle in cui si troverebbe la Polonia se accettasse di accogliere i tedeschi espulsi dai suoi territori, inclusi i discendenti: una ventina di milioni.
Chi loda la proposta saudita si esibisce in una gigantesca manifestazione di ipocrisia, il cui unico fine è di accusare Israele di non volere la pace perché non accetta di suicidarsi. Anche se al posto del debolissimo governo Olmert ve ne fosse uno capace di imporre al paese i più duri sacrifici, non potrebbe comunque accettare una proposta come quella, per tante ragioni di cui si parla spesso: Israele si metterebbe in una condizione di grave debolezza strategica, accanto a un’entità palestinese che non ne vuol sapere di offrire garanzie; il carattere drammatico di un ritiro da Gerusalemme con la rinuncia al principale luogo santo dell’ebraismo; l’impossibilità fisica di accogliere tanti palestinesi senza distruggere seduta stante il paese. Ma vi sono ragioni ancor più elementari. Israele non è riuscita ancora a riassorbire i 7000 concittadini rientrati da Gaza, che continuano in gran parte a vivere penosamente in prefabbricati. Israele è un paese con tanti poveri. Coloro che la dipingono come una ricca Sparta dovrebbero fare un viaggio per rendersi conto della realtà. Se Israele facesse rientrare di colpo 200.000 persone dal West Bank si trasformerebbe in una tendopoli. Per di più, una tendopoli sotto i missili che continuano a piovere da Gaza e che potrebbero di nuovo piovere dal Libano.
In realtà ai sauditi della pace in Palestina non importa nulla. Essi, con l’accordo della Mecca e con questo piano tentano di stabilire un terreno di intesa con l’Iran, Hamas e Hezbollah, e di rilanciare la loro influenza sul mondo arabo e islamico. La conferenza di Riyad ha offerto il solito panorama di disunione del mondo arabo e un tentativo di incollare i cocci con un accordo unanime sulla pelle di Israele. Quale governo israeliano potrà mai accollarsi di pagare da solo il prezzo di un rifiuto e di una crisi: il rifiuto della democrazia da parte del mondo arabo e islamico e la drammatica fase di debolezza dell’Occidente?

http://gisrael.blogspot.com/

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7)      L'Europa è finita parola di Mark Steyn
    di Daniel Pipes
     L'Opinione delle Libertà    -     23 novembre 2006

Pezzo in lingua originale inglese: Europe is Finished, Predicts Mark Steyn

Mark Steyn, columnist politico e critico culturale, è l'autore di un importante libro dal titolo America Alone: The End of the World as We Know (edito Regnery). Steyn combina diverse qualità che in genere non si trovano tutte insieme – humour, reportage accurato e profondità di pensiero – specie se poi esse vengono applicate a quello che può essere forse considerato come il maggior problema del nostro tempo: la minaccia islamista all'Occidente.

Steyn offre una tesi sconvolgente, ma la presenta a pezzetti, pertanto la ricostruirò qui di seguito in maniera unitaria.

Egli inizia con il retaggio di due totalitarismi. Traumatizzati dal fascino elettorale esercitato dal fascismo, nella fase successiva alla Seconda guerra mondiale, gli Stati europei furono costruiti in modo dirigenziale "per isolare quasi del tutto la classe politica dalle pressioni populiste". Con la conseguenza che l'establishment "arrivò a considerare gli elettori alla stregua di bambini".

In secondo luogo, la minaccia sovietica durante la Guerra Fredda indusse la leadership americana, intollerante delle deboli reazioni dell'Europa (e del Canada), a prendere di fatto le sue difese. Questa politica benevola e lungimirante portò alla vittoria del 1991, ma sortì altresì l'involontario e meno salutare effetto collaterale di rendere disponibili degli stanziamenti europei per costruire uno stato sociale. Questo stato assistenziale ha avuto diverse implicazioni dannose.

  • Lo stato ipergarantista ha trattato in modo infantile gli europei, incutendo in essi timori in merito a pseudo questioni come il cambiamento climatico, femminilizzando al contempo gli uomini.
  • Esso, inoltre, li ha inibiti sottraendo loro "la maggior parte delle fondamentali funzioni di adulti", a partire dall'istinto di riproduzione. Dal 1980 circa i tassi di natalità sono crollati, lasciando una inadeguata base previdenziale per i lavoratori.
  • Strutturato sulla base di un sistema teso a limitare le spese al reddito effettivo, esso equivale a uno schema di Ponzi intergenerazionale, dove i lavoratori odierni dipendono dai loro figli per le pensioni.
  • Il crollo demografico implica che i cittadini autoctoni di paesi come la Russia, l'Italia e la Spagna si trovano all'inizio di una spirale da mortalità di popolazione.
  • Esso ha portato a un crollo della fiducia che a sua volta ha generato un "esaurimento di civiltà" lasciando gli europei impreparati a lottare per il loro modo di vita.

Per continuare a far funzionare la macchina economica occorre accettare lavoratori stranieri. Piuttosto che mettere a punto un piano a lungo termine da preparare per gli innumerevoli milioni di immigrati necessari per funzionare la macchina del lavoro, le élite europee hanno giocato d'azzardo, accogliendo quasi tutto coloro che sono arrivati. In virtù della prossimità geografica, dell'overdrive demografico e di un ambiente soggetto a crisi, "l'Islam è oggi il principale fornitore di nuovi europei".

Mark Steyn

 

 

 

Se si arriverà a una fase di debolezza demografica, politica e culturale, i musulmani apporteranno dei profondi cambiamenti all'Europa. "L'Islam è giovane e volenteroso, l'Europa è vecchia e benestante". Il che, detto con altre parole: "L'Islam pre-moderno batte il cristianesimo post-moderno". Steyn prevede categoricamente che gran parte del mondo occidentale "non sopravvivrà al XXI secolo, vale a dire a un periodo che è già compreso nei confini temporali delle nostre vite, e gran parte di esso sparirà, inclusi parecchi, se non la maggior parte, dei paesi europei". Ed egli aggiunge, con toni ancor più drammatici, che "è la fine del mondo come noi lo conosciamo".

(Al contrario, io credo che l'Europa sia ancora in tempo per sottrarsi a questo destino.)

America Alone si occupa profusamente di ciò che Steyn definisce come "le più vaste forze in gioco del mondo sviluppato, che hanno lasciato l'Europa indebolita per poter opporre resistenza alla sua inesorabile trasformazione in Eurabia". La sostituta popolazione europea è già in loco e "l'unico problema consiste nel vedere quanto sarà cruento il trasferimento di proprietà". Steyn interpreta gli attentati di Madrid e Londra, come pure l'omicidio di Theo van Gogh ad Amsterdam, come i primi colpi della guerra civile in Europa e dichiara che "adesso l'Europa è una colonia".

Il titolo America Alone si riferisce alla previsione in base alla quale gli Stati Uniti – con il loro "profilo demografico relativamente in buono stato" – saranno gli unici sopravvissuti a questa dura prova. "L'Europa sta morendo e l'America no". Perciò, "l'Europa continentale, al contrario dell'America, è di chi la vuole". I lettori di Steyn sono perlopiù americani, ed egli li esorta a tenere gli occhi aperti, altrimenti la stessa cosa potrebbe accadere a loro. Per farla breve, Steyn consiglia di fare due cose.

Innanzitutto, bisogna evitare "i congestionati sistemi assistenziali europei", e considerarli né più né meno che una minaccia alla sicurezza nazionale, rimpicciolire il ruolo sociale dello stato ed enfatizzare le virtù della fiducia in se stessi e nell'innovazione individuale. In secondo luogo, bisogna evitare "eccessive proiezioni di potenza imperiale", non "trincerarsi in difesa nella fortezza americana", bensì distruggere l'ideologia dell'Islam radicale, contribuire a riformare l'Islam ed espandere la civiltà occidentale verso nuovi luoghi. Solo se gli americani "riusciranno ad avere la volontà di plasmare almeno parte del mondo emergente" non si troveranno soli a tener duro. Se non riusciranno a farlo, allora li aspetteranno "nuovi secoli bui (…) un pianeta sul quale gran parte della cartina geografica tornerà allo stato primitivo".

Tutto il materiale pubblicato in questo sito appartiene a 1980-2007 Daniel Pipes . Traduzioni di Angelita La Spada.

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8)      La fine della Guerra:  Buona sera Speranza, buon giorno Pace!

 

Da LIBERO, Milano                                                  25 settembre 2006

    Haifa : Il giorno dopo

Dalla terrazza, il cielo, azzurro, infinito abbraccia la scena, abbagliando lo sguardo che svolazza sui tetti, scivola sulla vasta estesa dell’acqua, pennellata con tutti I toni del blu, girando poi sul golfo, nuova luna che abbraccia il mare.

E` l’alba, il sole si solleva, pronto per una nuova missione, dietro le colline, sagome di cammelli, dando una timida occhiata al mondo.  Il suo rossore brucia gia` l’orrizzonte graffiandolo, segnandolo con strisce rosa e blu, note di una cantilena di un paese fatto di verita` leggendarie.

Dopo settimane di lancinanti sirene, frastruoni di missili, roghi di odio gratuito, insensato, questa mattina di settembre, qui a Haifa, ho creduto di vivere in un paese come un altro, ma l’onda di un notiziario mi risveglia dal mio torpore, realizzo che qui niente e` come altrove.

Da sempre questa terra lancia un saluto, un shalom, un invito che il mondo si rifiuta di sentire, le grida non possono descrivere una tale sofferenza.  La perdita` della vita si iscrive al di la` dell’intelleto e della comprensione umana.

I nostri giovani sono il nostro futuro e oggi sono il nostro scudo.  Ognuno di loro che cade e` una perdita` che strappa il nostro cuore, e` una parte di noi che ci lascia.

Qui D-o e` omnipresente.  Ad ogni secondo sfoggia un miracolo.  E` una vibrazione che si risente nelle viscere di tutta questa terra.  L’unione del cielo e della terra.  Delle stelle e della sabbia.

Da secoli imperi invincibili ci hanno perseguitato, dittatori spietati ci hanno torturato, personnaggi, usando il nome dell’Eterno hanno cercato di annihilire la nostra anima, folli hanno cercato di cancellare ogni traccia del nostro popolo.  Sono spariti tutti.!

E noi, gente della cima del Sinai, siamo tornati per sempre.  Israele terra e popolo della pace, per l’eternita`.

Quando duncque tutti questi sinistroidi, tutti questi antisemiti capiranno ( o vorrano capire) che possono bruciare la nostra bandiera, la nostra stella e` eterna.

Il sole si e`assopito, scoprendo sulle sue palpebre un ombretto striato di luci rosee e dorate che dissipano le tenebre.

Buona sera Speranza, buon giorno Pace.

Ruben Sonsino

Haifa-Israele

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9)      Da La STAMPA                                         del sabado, 16 settembre 2006;

Hezbollah addestra bambini alla guerra

 

Israele denuncia: Hezbollah addestra bambini alla guerra.

 

Un reportage basato su documenti ritrovati nel sud Libano dall'esercito.

 

Gli scout del Mahdi hanno fra gli 8 e i 16 anni: a 17 vanno in battaglia.

 

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10)     Un articolo di Fiamma Nirenstein:

«Israele accelera: via alla nuova offensiva» -

                 Da La STAMPA del 9 agosto 2006

 

 

 

    Salvaguardare innanzitutto la vita dei soldati seguitando a usare l’aviazione, o cercare di vincere la guerra di terra e salvare così la vita dei cittadini di Israele? Questa è stata la domanda che dire drammatica è dir poco quella che Israele si è posta ieri. E quindi, è stata una decisione molto difficile per Israele quella presa dal Gabinetto di Sicurezza: allargare le operazioni di terra.

Dopo sei ore di discussione nove su dodici ministri hanno votato a favore, mentre altri tre, Shimon Peres , Ofir Pines, Eli Ishai si sono astenuti. La decisione stabilisce che l’esercito avrà il permesso di addentrasi in Libano per trenta chilometri circa, fino al fiume Litani, in modo da liberare il terreno dalla presenza delle katiushe e dei missili che colpiscono Israele per quanto possibile spazzando via le basi degli hezbollah. Le prime due colonne blindate sono entrate ieri notte in territorio libanese con la copertura dell’aviazione.

Ma ieri Hassan Nasrallah, il leader di Hezbollah, è tornato a parlare dagli schermi della tv «Al Manar»: ha detto che la forza del Partito di Dio è intatta e ha invitato la popolazione araba di Haifa a lasciare la città. Ha minacciato: «Il Sud del Libano diventerà il cimitero degli invasori». Il leder sciita ha dato ironicamente il «benvenuto» agli israeliani, dicendo «vedrete, se Dio vuole, tutto il nostro coraggio». Sul dipiegamento dell’esercito di Beirut al Sud Nasrlallah è stato possibilista: «In passato ci siamo opposti al dispiegamento dell'esercito alle frontiere perché temevamo per la sua sicurezza; oggi siamo d'accordo, ma non nascondiamo la nostra preoccupazione perché l'esercito potrebbe essere distrutto in pochi giorni». Il leader sciita ha poi suggerito al governo di Beirut di insistere nella richiesta di un ritiro immediato di Israele dal Libano. Le milizie, ha assicurato il leader sciita, «continueranno a combattere a nome dei libanesi fino all'ultima granata nella zona del Libano che non può essere protetta dall'esercito nazionale di Beirut».

Mentre si svolgeva il voto alla Knesset, seguitavano a cadere su tutta la zona nord di Israele missili e katiushe. Ecco il perchè della decisione del governo israeliano: le incursioni aeree che sono state il nerbo delle prime settimane non hanno portato tanto lontano; i missili seguitano a costringere la popolazione del Nord nei rifugi, con distruzioni morti e feriti. Il governo ha risposto con la sua decisione al sentimento della gente, che è da una parte stanca e esasperate dalle perdite umane ed economiche e dalla distruzione della propria vita, ma dall’altra determinata nel chiedere una situazione in cui non si riproduca il disastro. «Non abbiamo nessuna possibilità di fermare gli Hezbollah altro che entrando sul territorio, scovando i lanciamissili e le altre armi che possiedono, impedendo loro di ristabilire continuamente le basi e le armi. Non abbiamo tuttavia nessuna intenzione di entrare in conflitto», dice il ministro Haim Ramon.

«La guerra contro i guerriglieri, non la si può vincere con gli aerei se non con stragi di cui noi abbiamo nessuna intenzione di compiere», spiega il generale delle riserve e stratega Jaacov Amidror «e io ho una critica severa a questa decisione: avrebbe già dovuto essere presa quattro settimane fa». La rimostranza è stata evidentemente condivisa in segreto anche dal Capo di Stato Maggiore Dan Halutz, se ieri il generale che comanda il fronte nord, Udi Adam, si è visto affiancare dal generale Moshe Kaplinsky nel compito inventato di «rappresentante del Capo di Stato maggiore».

Ci sono critiche anche da sinistra: Yossy Beilin sostiene che entrare è un errore, che una volta entrato nel «fango libanese» non si saprà più come uscirne, e Israele dovrà occupare per settimane un territorio straniero, ciò che gli creerà anche il problema del rapporto col consesso internazionale, che fino ad ora è stato abbastanza quieto.

E’ per questo che ieri era circolata l’idea che Olmert non avesse annunciato l’inizio dell’operazione, da una parte per proteggerla con la nebbia dovuta per le azioni militari, ma soprattutto per vedere che aria tirerà dopo la risoluzione dell’Onu. La verità profonda è che i soldati, che anche ieri hanno combattuto duramente in tutta la striscia a Nord del confine, a Ayata al Saab e a Dibel, sono la vera preoccupazione del governo: i giovani che lasciano ogni giorno la vita in Libano, figli di una così piccola popolazione, educati all’amore della vita, figli di famiglie appassionate, sono il pensiero fisso di questo governo. Anche ieri si sa che ne sono stati uccisi diversi dai missili Matisse, i missili antitank che gli Hezbollah sparano fino a un chilometro e mezzo di distanza e che seguitano a essere la loro migliore arma.

E sempre di piu sarà difficile per i soldati dal momento che l’esercito si addentra in Libano: tuttavia, fin’ora, per esempio nel famoso villaggio in cui ancora si combatte, Bint Jbeil, la tattica era quella di entrare e uscire, e questo ha fatto sì che gli Hezbollah se ne approfittassero. Adesso non sarà più così: rimarrà per tutta la durate dell’operazione fino al Litani che potrebbe prolungarsi per qualche settimana. R resterà finchè una forza internazionale non venga a dargli il cambio. Inshallah.


(La Stampa)

 

 

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 IL Tempo.it:                                                             domenica 26 febbraio 2006

Petizione del padre di una vittima dei kamikaze contro il film «Paradise now»

Yossi Zur: «I riconoscimenti internazionali alla pellicola sono un premio al terrore e la legittimazione dell’omicidio di mio figlio»

 

YOSSI Zur è il padre di Assaf, un ragazzo di 16 anni ucciso il 5 marzo 2003 da un attentatore suicida a Haifa, una città sulla costa israeliana. Yossi Zur ha scritto questo articolo a gennaio, dopo aver saputo che il film palestinese «Paradise Now» aveva vinto il premio dei Golden Globe come miglior film in lingua straniera, scelto dalla Associazione della Stampa Estera di Hollywood. di YOSSI ZUR Mio figlio Assaf non aveva ancora compiuto 17 anni quando è stato ucciso in un attacco terroristico in Israele il 5 marzo 2003. Quest'anno, proprio nel giorno del terzo anniversario della sua morte, la Academy of Motion Picture Arts and Sciences potrebbe premiare con un Oscar un film molto pericoloso. Questo film si chiama «Paradise Now». Il film, nominato come Miglior Fim in Lingua Straniera dell'anno, segue il cammino di due giovani palestinesi dal momento in cui decidono di diventare attentatori suicidi fino a quando uno dei due sale su un autobus pieno di persone a Tel Aviv. «Paradise Now» è una produzione professionale, realizzata con una grande attenzione per ogni dettaglio. Allo stesso tempo, questo film è un'opera estremamente dannosa, non solo per Israele ed il Medio Oriente, ma per il mondo intero. Mio figlio Assaf frequentava il penultimo anno di liceo, studiava scienze informatiche, quando un giorno dopo la scuola è salito su un autobus per tornare a casa. Durante il tragitto, un attentatore suicida da Hebron, un ragazzo di 21 anni, anche lui studente di scienze informatiche, è salito sul suo stesso autobus e si è fatto esplodere. Delle 17 persone rimaste uccise, nove di loro erano ragazzi che tornavano da scuola che avevano meno di 18 anni. Assaf è stato ucciso all'istante. Sono andato a vedere «Paradise Now» per cercare di capire che tipo di messaggio volesse trasmettere. Il messaggio è forse che l'assassino è un essere umano e come tale è degno della nostra solidarietà come lo sono le sue vittime? No, egli non lo è. O forse ha qualche dubbio? No, non ne ha. Dopo tutto, egli è così sicuro della sua missione che è pronto a uccidere se stesso a fianco delle sue vittime. O forse, ho pensato, il film vuole trasmettere l'idea che sono gli israeliani i veri colpevoli di quest'azione così terribile, di questo fenomeno degli attacchi suicidi. Se ciò fosse, gli israeliani sono colpevoli per attacchi terroristici di simile natura, come quello contro il World Trade Center a New York, quello nella discoteca di Bali, negli alberghi di Amman, nei negozi in Turchia, nei ristoranti in Marocco, nella metropolitana di Londra, nei treni in Spagna e tanti altri ancora? Che cosa rende «Paradise Now» meritevole di questa prestigiosa candicatura? In un momento in cui Hamas, un'organizzazione terroristica dedicata alla distruzione di Israele, ha vinto una significativa vittoria nelle elezioni legislative palestinesi, e il presidente iraniano ha dichiarato pubblicamente il suo desidero di «cancellare Israele dalla mappa», che tipo di messaggio vuole trasmettere la Academy Award al miliardo di telespettatori di tutto il mondo? I critici dello spettacolo che hanno scelto di fare onore a questo film, l'avrebbero comunque elogiato se foss