NUOVA! Il mondo arabo continua a non riconoscere Israele come Stato degli ebrei
2)
NUOVA! A Sderot sotto i
razzi, dove la gente ha esaurito la pazienza e le lacrime (Click here to read!) 24 gennaio 2008
3)
Allarme Onu: Hezbollah è
più forte di prima - Fiamma Nirenstein -26 ottobre 2007
4)
Viva
Israele! – Magdi Allam - «La difesa della sacralità della vita
coincide con il diritto a esistere dello Stato ebraico»
5)
Introduzione: Palestinesi ed altri rifugiati – Endre Mozes
Altri profughi dimenticati - Silvia Golfera – di
Morasha.it
6)
Sauditi
chiedono il suicidio di Israele – “proposta di pace” - Giorgio
Israel
7)
L'Europa è finita - parola di Mark Steyn - Daniel Pipes -
8)
La
fine della Guerra - Haifa: Il giorno dopo - Reuven Sonsino
9)
Hezbollah addestra bambini alla guerra! - La STAMPA
10) Israele accelera: via alla nuova offensiva - Fiamma Nirenstein:
11) IL Tempo.it: Petizione del padre di una vittima dei
kamikaze contro il film «Paradise now»
12) Al Segretario Generale Sua Eccellenza Kofi Annan, C/o Nazioni Unite
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1)
Il mondo arabo continua a non riconoscere Israele come
Stato degli ebrei
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Tra speranze e delusioni è iniziata
l’era del dopo Annapolis, con la preoccupazione che tutto cambi perché
nulla cambi.
Nella settimana della Conferenza di Annapolis altri due
eventi hanno segnato il calendario: il 29 novembre è stato il
sessantesimo anniversario della partizione territoriale stabilita nel 1947
dall’Onu che suddivideva il territorio del mandato britannico fra Israeliani e
Palestinesi. Per inciso ricorderemo che David Ben Gurion accettò la
decisione mentre l’intero mondo arabo rispose con l’aggressione di cinque
eserciti al piccolissimo nuovo Stato. L’Onu non ebbe niente da dire per
difendere la sua creazione.
Sempre nella settimana di Annapolis, papa Benedetto XVI ha
parlato delle Nazioni Unite come di una grande delusione morale, denunciato il
relativismo dell’Onu, il suo opportunismo, la sua incapacità di porsi in
maniera inequivoca dalla parte della giustizia.
Menzioniamo questi tre eventi perché essi ci
dicono di come sempre “tutto cambi perché niente cambi”. Ancora oggi il
problema del novembre del 1947 si è ripresentato ad Annapolis come se
tante guerre e tanti morti nel conflitto israelo-palestinese avessero invano
marchiato la storia di questi sessant’anni. La questione della legittimazione
sembra intatta, come il ritratto di Dorian Gray. Il conflitto israelo
palestinese viene accompagnato dal medesimo cinismo che negli anni ha
punteggiato l’azione del consesso internazionale, specie dell’Onu, nei
confronti di Israele. Nella ricorrenza del 29 novembre invece di festeggiare la
nascita di Israele l’Onu ha marchiato la giornata con una cerimonia di lutto
per il popolo palestinese in cui sono state esposte solo la bandiera
palestinese e quella delle Nazioni Unite, e anche negli anni scorsi ha
dimostrato la sua gioia prima con l’esposizione di una grande carta da cui
mancava completamente Israele (nel 2005) e poi con una mostra sulle sofferenze
dei profughi (2006).
Nonostante le parole di pace e lo sforzo americano, il
segno di Annapolis è quello di una sostanziale mancanza di
legittimazione nei confronti dello Stato Ebraico.... (
continua http://www.fiammanirenstein.com/articoli.asp?Categoria=4&Id=1889 )
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2) A Sderot sotto i
razzi, dove la gente ha esaurito la pazienza e le lacrime – Click
on title to read!) 24 gennaio
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3) «Allarme Onu: Hezbollah è più forte di prima»
Fiamma Nirenstein
Dal
GIORNALE del 26 ottobre 2007
Forse ha aspettato troppo il
segretario generale dell’Onu Ban Ki-moon quando, in un rapporto per il
Consiglio di Sicurezza, mercoledì ha dichiarato «sconcertante e in piena
contraddizione con i termini della risoluzione 1559» il fatto che gli Hezbollah
abbiano «ricostruito e persino aumentato la loro capacità militare»
rispetto a quel luglio del
[ Leggi il resto ... ]
Eyal Mizrahi on dom 28 ottobre 2007
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4) Viva Israele!
1Iuglio 2007
http://www.corriere.it/Primo_Piano/Esteri/2007/05_Maggio/13/magdi_israele.shtml
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ANTICIPAZIONE Nel nuovo libro, Magdi Allam parte dalla sua
esperienza per denunciare l'ideologia del jihadismo «La difesa della
sacralità della vita coincide con il diritto a esistere dello Stato ebraico» |
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Cari amici, ciò che vi accingete a leggere
è una testimonianza di fede. La mia fede profonda e incrollabile nella
sacralità della vita. La vita di tutti: la mia, la tua, la sua, la
nostra, la vostra, la loro. Dei musulmani, in mezzo ai quali sono cresciuto
dibattendomi tra il bene e il male; dei cristiani, che mi hanno educato a
coniugare fede e ragione; degli ebrei, che si sono inverati in me nella
straordinaria metamorfosi da pacifici spiriti ingiustamente perseguitati in
fiere persone giustamente risolute; di tutti gli uomini di buona
volontà, nei quali ho scoperto il fascino della vitalità
interiore che aspira ai nobili ideali della fratellanza e dell'amore (...)-
In queste pagine ho voluto raccontarvi il mio lento e sofferto percorso
esistenziale dall'ideologia della menzogna, della dittatura, dell'odio, della
violenza e della morte alla civiltà della verità, della
libertà, dell'amore, della pace e della vita. Fino a maturare il pieno
convincimento che, oggi più che mai, la difesa del valore della
sacralità della vita coincida con la difesa del diritto di Israele
all'esistenza. Perché io posso testimoniare che nel momento in cui,
nell'Egitto degli anni Cinquanta e Sessanta, si è negato il diritto di
Israele all'esistenza, si è messo in moto un processo nefasto e
irrefrenabile che ha coinvolto tutti coloro che vengono catalogati come
«diversi» e finiscono per essere condannati come «nemici». (Magdi
Allam) |
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5) Altri profughi dimenticati
Un Introduzione: Palestinesi ed Altri Rifugiati
Endre Mozes* - 16 Iuglio 2007
Il 98% dei rifugiati palestinesi ufficialmente dichiarati
non hanno mai vissuto in Israel, percio` non possono mai essere usciti
dall'Israele.
Altri rifugiati attorno al mondo come gli 800.000
rifugiati ebrei, che sono scappati da stati Arabi, affrontando dei grandi
pericoli e molte avversita` sono stati di solito assorbiti dal loro nuovo paese
entro una decade o due.
Ma non i palestinesi - perche` i loro leaders hanno
preferito coltivare questo status di rifugiati per ben 60 anni, sia come una
fonte, senza precedenti, di incessanti aiuti internazionali, sia come una
giustificazione o meglio un pretesto per delle violenze mai visto.
Leggere qui sulla sorte di altri, veri rifugiati.
(*) E. Mozes - Presidente,
Take-A-Pen
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Altri profughi dimenticati
Silvia Golfera - Giugno 25, 2007
"...Donne, bambini, anziani. Gli uomini non c'erano. Stipati nei
pullman, ci diedero coperte, perché faceva freddo. Ci avvolgemmo tutti
tremanti, fra i pianti dei bambini piccoli e il vociare confuso dei profughi.
Dopo l'appello, i pullman partirono tutti in fila, per Alessandria, e di
lì saremmo salpati... Alcuni poliziotti egiziani salirono armati sui
pullman...e con aria spavalda confiscarono...oggetti d'oro che le profughi
avevano addosso...Un poliziotto pretese anche la fede di una profuga".
Così Carolina Delburgo, signora bolognese di origine egiziana, racconta
la cacciata della sua famiglia e di molti altri correligionari, dall'Egitto,
dopo la crisi internazionale del 1956, quando Nasser, nazionalizzato il canale
di Suez, ne impediva il transito alle navi israeliane. Fu il primo di una serie
di conflitti con Israele. Il più grave quello del 1967, con la guerra
dei Sei giorni. Gli ebrei egiziani ne pagarono un prezzo altissimo.
Da Radio Cairo, il 25 maggio 1967, la voce di Nasser tuonò non solo
nelle case egiziane, ma in tutta l'Africa mediterranea: "Il mondo arabo
è fermamente deciso a cancellare Israele dalla carta del mondo".
Dei 100.000 ebrei egiziani del 1948, ne resistevano nel 1976 circa 200.
Una vicenda questa di cui si parla poco, ignorata dai media e dagli storici.
Una vicenda troppo calda, forse, perché la si possa affrontare in un
momento tanto gravido di tensioni. L'ha raccontata Magdi Allam, sulle colonne
del Corriere della sera, in un articolo del novembre 2004, dove scrive che
"perdendo i loro ebrei, gli arabi hanno perso le loro radici e hanno
finito per perdere se stessi".
Rinnegare se stessi, o parte di sé, comporta sempre un prezzo alto, in
termini di identità e di equilibrio. 'Rinnegare l'anima' è
parente stretta del 'venderla al diavolo', ricorda Allam. Purtroppo le tragedie
che percorrono il mondo mussulmano sono una conseguenza pure di quelle scelte.
Alcuni anni fa un breve documentario di Pierre Rehov, "L'esodo
silenzioso", fu presentato a Milano, prima di sparire dalla circolazione.
Eppure l'esodo degli ebrei dai paesi mussulmani ha segnato una ulteriore pagina
nera di quel nerissimo secolo ventesimo da cui non riusciamo a liberarci.
Il libro di Carolina Delburgo, delicata storia familiare, ha il merito di
resuscitare la memoria di un evento che, con i suoi pogrom sanguinosi, la
sobillazione dei furori popolari, la demonizzazione del nemico, gli espropri e
le prepotenze, ha rivaleggiato nei metodi, se non nei risultati, con la
politica antisemita di Hitler.
"Quella sera gli ufficiali perquisirono la casa, e non trovando nulla per
incolparci, invitarono mio padre e la zia Sara...a seguirli per "delle
formalità" da fornire al commissariato. Da quel momento mio padre e
mia zia sparirono nel nulla", racconta l'autrice.
Ha termine così quella convivenza, non sempre pacifica, ma comunque
proficua e stimolante fra gente di varie culture e religioni, che facevano dei
paesi arabi affacciati sul Mediterraneo società sostanzialmente
multietniche
Nel 1956 dall'Egitto furono cacciati circa 30.000 ebrei. Pian piano
La famiglia Delburgo, di nazionalità italiana, approda nel porto di
Brindisi. L'unica cosa che ha portato con sé è la propria
abilità professionale, la volontà di riconquistare una vita
dignitosa, la tenacia nel fronteggiare le difficoltà, quegli 'scherzi
della sorte' che la storia ha spesso riservato al popolo ebraico.
Fortunatamente questa vicenda amara e sconfortante ha un lieto fine. Carolina
Delburgo racconta come "fummo davvero commossi e molto grati per la grande
umanità con cui fummo accolti, non appena sbarcammo in Italia",
alimentando in qualche modo quel mito di "italiani brava gente",
così consolatorio per noi, ma purtroppo spesso smentito dalla storia e
dalla cronaca. Non in questo caso, però, poiché la famiglia
Delburgo riesce a integrarsi felicemente nella società italiana. Senza
perdere la propria memoria e nella consapevolezza che niente è mai
garantito per sempre: "Ricordatevi che siamo ebrei e...non esiste
generazione che non venga colpita da circostanze e fatti incresciosi. È
capitato a vostro padre che è vissuto in Europa, ma è capitato
anche a me che sono vissuta in Africa...Quando scoppia un conflitto le
autorità portano via tutto quello che possono: casa, auto...prosciugano
i conti bancari...ma di una sola cosa non potranno mai impossessarsi né
mai toccare: la vostra cultura, quello che avete studiato e quello che gli
studi vi avranno insegnato a capire!" rammenta Carolina alla figlia
adolescente.
Ebbene, la memoria storica serve anche a difendersi dagli errori e dagli orrori
del passato. Per questo teniamo vivo il ricordo della Shoah. Per lo stesso
motivo trovo ugualmente urgente ricordare le persecuzioni che gli ebrei hanno
patito nei paesi mussulmani, tanto più che proprio da lì vengono
oggi le più feroci minacce di una nuova apocalittica distruzione verso
Israele e tutto il suo popolo. È la convenienza politica che ci spinge a
tacere? O ci illudiamo forse che sia un affare fra "altri", in cui
non intrometterci, come un tempo fra Hitler e gli ebrei, e che solo chiudendoci
gli occhi ne resteremo fuori?
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Newsletter di Morasha.it a cura di David Piazza - Kolòt-Voci - June 25, 2007
Carolina Delburgo "Come ladri nella notte" ed. Rotas Barletta
2006
Richiedibile gratuitamente a info@cauterium.org
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www.morasha.it - La
porta dell'ebraismo italiano in rete
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6) I sauditi chiedono il suicidio di Israele e subito piace la loro “proposta
di pace”
(The Saudis suggest
Israel to commit suicide – and call it a 'peace proposal')
By Giorgio Israel
Tempi, 19 aprile
2007
I francesi lo chiamano “langue de bois”, lingua di legno. È il
linguaggio politico dell’ipocrisia, delle formule vacue miranti a difendere una
versione ufficiale, anche se non ha alcun rapporto con la realtà. La
“langue de bois” domina in certi commenti sulla “proposta di pace” dell’Arabia
Saudita che la vantano come una nuova e grande opportunità. Al
contrario, si tratta della “soluzione” più vecchia e irrealistica: il
ritorno di Israele entro i confini precedenti la guerra del 1967, con la
divisione di Gerusalemme in due e l’accettazione del diritto al ritorno dei
profughi palestinesi e discendenti, generosamente stimati in 5 o 6 milioni.
È una soluzione superata dalla risoluzione 242 dell’Onu – che prevede il
ritiro di Israele “da” (e non “dai”) territori occupati – , dalle bozze di
accordo di Camp David, ed anche dall’“intesa” di Ginevra raggiunta
informalmente da esponenti “progressisti” delle due parti. Oltretutto in quelle
bozze di intesa si offriva a Israele una vera pace, mentre qui si prospetta
soltanto la possibilità di “relazioni normali” e non si parla di una
soluzione definitiva. In sostanza, è una linea coerente con quella del
governo palestinese di Hamas, che alle condizioni saudite accetta di stabilire
una “hudna” (tregua) anche ventennale, per poi giungere alla fase finale della
vertenza. In che senso “finale” è facile immaginare, dopo che Israele
avesse accettato di accogliere sulla propria terra qualche milione di
palestinesi, mettendosi in condizioni analoghe a quelle in cui si troverebbe
Chi loda la proposta saudita si esibisce in una gigantesca manifestazione di
ipocrisia, il cui unico fine è di accusare Israele di non volere la pace
perché non accetta di suicidarsi. Anche se al posto del debolissimo
governo Olmert ve ne fosse uno capace di imporre al paese i più duri
sacrifici, non potrebbe comunque accettare una proposta come quella, per tante
ragioni di cui si parla spesso: Israele si metterebbe in una condizione di
grave debolezza strategica, accanto a un’entità palestinese che non ne
vuol sapere di offrire garanzie; il carattere drammatico di un ritiro da
Gerusalemme con la rinuncia al principale luogo santo dell’ebraismo;
l’impossibilità fisica di accogliere tanti palestinesi senza distruggere
seduta stante il paese. Ma vi sono ragioni ancor più elementari. Israele
non è riuscita ancora a riassorbire i 7000 concittadini rientrati da
Gaza, che continuano in gran parte a vivere penosamente in prefabbricati.
Israele è un paese con tanti poveri. Coloro che la dipingono come una
ricca Sparta dovrebbero fare un viaggio per rendersi conto della realtà.
Se Israele facesse rientrare di colpo 200.000 persone dal West Bank si
trasformerebbe in una tendopoli. Per di più, una tendopoli sotto i missili
che continuano a piovere da Gaza e che potrebbero di nuovo piovere dal Libano.
In realtà ai sauditi della pace in Palestina non importa nulla. Essi,
con l’accordo della Mecca e con questo piano tentano di stabilire un terreno di
intesa con l’Iran, Hamas e Hezbollah, e di rilanciare la loro influenza sul
mondo arabo e islamico. La conferenza di Riyad ha offerto il solito panorama di
disunione del mondo arabo e un tentativo di incollare i cocci con un accordo
unanime sulla pelle di Israele. Quale governo israeliano potrà mai
accollarsi di pagare da solo il prezzo di un rifiuto e di una crisi: il rifiuto
della democrazia da parte del mondo arabo e islamico e la drammatica fase di
debolezza dell’Occidente?
http://gisrael.blogspot.com/
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7) L'Europa è
finita parola di Mark Steyn
di
Daniel Pipes
L'Opinione delle Libertà - 23 novembre 2006
Pezzo
in lingua originale inglese: Europe is Finished, Predicts Mark Steyn
Mark
Steyn, columnist politico e critico culturale, è l'autore di un
importante libro dal titolo America Alone: The End of the World as We Know
(edito Regnery). Steyn combina diverse qualità che in genere non si
trovano tutte insieme – humour, reportage accurato e profondità di
pensiero – specie se poi esse vengono applicate a quello che può essere
forse considerato come il maggior problema del nostro tempo: la minaccia
islamista all'Occidente.
Steyn offre una tesi sconvolgente, ma la presenta a pezzetti, pertanto la
ricostruirò qui di seguito in maniera unitaria.
Egli
inizia con il retaggio di due totalitarismi. Traumatizzati dal fascino
elettorale esercitato dal fascismo, nella fase successiva alla Seconda guerra
mondiale, gli Stati europei furono costruiti in modo dirigenziale "per
isolare quasi del tutto la classe politica dalle pressioni populiste". Con
la conseguenza che l'establishment "arrivò a considerare gli
elettori alla stregua di bambini".
In
secondo luogo, la minaccia sovietica durante la Guerra Fredda indusse la
leadership americana, intollerante delle deboli reazioni dell'Europa (e del
Canada), a prendere di fatto le sue difese. Questa politica benevola e
lungimirante portò alla vittoria del 1991, ma sortì
altresì l'involontario e meno salutare effetto collaterale di rendere
disponibili degli stanziamenti europei per costruire uno stato sociale. Questo stato
assistenziale ha avuto
diverse implicazioni dannose.
Per
continuare a far funzionare la macchina economica occorre accettare lavoratori
stranieri. Piuttosto che mettere a punto un piano a lungo termine da preparare
per gli innumerevoli milioni di immigrati necessari per funzionare la macchina
del lavoro, le élite europee hanno giocato d'azzardo, accogliendo quasi
tutto coloro che sono arrivati. In virtù della prossimità
geografica, dell'overdrive demografico e di un ambiente soggetto a crisi,
"l'Islam è oggi il principale fornitore di nuovi europei".
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Mark Steyn |
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Se
si arriverà a una fase di debolezza demografica, politica e culturale, i
musulmani apporteranno dei profondi cambiamenti all'Europa. "L'Islam
è giovane e volenteroso, l'Europa è vecchia e benestante".
Il che, detto con altre parole: "L'Islam pre-moderno batte il
cristianesimo post-moderno". Steyn prevede categoricamente che gran parte
del mondo occidentale "non sopravvivrà al XXI secolo, vale a dire a
un periodo che è già compreso nei confini temporali delle nostre
vite, e gran parte di esso sparirà, inclusi parecchi, se non la maggior
parte, dei paesi europei". Ed egli aggiunge, con toni ancor più
drammatici, che "è la fine del mondo come noi lo conosciamo".
(Al
contrario, io credo che l'Europa sia ancora in tempo per sottrarsi a questo
destino.)
America
Alone si occupa profusamente di ciò che
Steyn definisce come "le più vaste forze in gioco del mondo
sviluppato, che hanno lasciato l'Europa indebolita per poter opporre resistenza
alla sua inesorabile trasformazione in Eurabia". La sostituta popolazione
europea è già in loco e "l'unico problema consiste nel
vedere quanto sarà cruento il trasferimento di proprietà".
Steyn interpreta gli attentati di Madrid e Londra, come pure l'omicidio di Theo
van Gogh ad Amsterdam, come i primi colpi della guerra civile in Europa e
dichiara che "adesso l'Europa è una colonia".
Il
titolo America Alone si riferisce alla previsione in base alla quale gli
Stati Uniti – con il loro "profilo demografico relativamente in buono
stato" – saranno gli unici sopravvissuti a questa dura prova.
"L'Europa sta morendo e l'America no". Perciò, "l'Europa
continentale, al contrario dell'America, è di chi la vuole". I
lettori di Steyn sono perlopiù americani, ed egli li esorta a tenere gli
occhi aperti, altrimenti la stessa cosa potrebbe accadere a loro. Per farla
breve, Steyn consiglia di fare due cose.
Innanzitutto,
bisogna evitare "i congestionati sistemi assistenziali europei", e
considerarli né più né meno che una minaccia alla
sicurezza nazionale, rimpicciolire il ruolo sociale dello stato ed enfatizzare
le virtù della fiducia in se stessi e nell'innovazione individuale. In
secondo luogo, bisogna evitare "eccessive proiezioni di potenza
imperiale", non "trincerarsi in difesa nella fortezza
americana", bensì distruggere l'ideologia dell'Islam radicale,
contribuire a riformare l'Islam ed espandere la civiltà occidentale
verso nuovi luoghi. Solo se gli americani "riusciranno ad avere la
volontà di plasmare almeno parte del mondo emergente" non si
troveranno soli a tener duro. Se non riusciranno a farlo, allora li
aspetteranno "nuovi secoli bui (…) un pianeta sul quale gran parte della
cartina geografica tornerà allo stato primitivo".
Tutto il materiale pubblicato in questo sito appartiene a 1980-2007 Daniel Pipes . Traduzioni di Angelita La Spada.
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8) La fine della Guerra:
Buona sera Speranza, buon giorno Pace!
Da LIBERO, Milano 25 settembre 2006
Haifa
: Il giorno dopo
Dalla
terrazza, il cielo, azzurro, infinito abbraccia la scena, abbagliando lo
sguardo che svolazza sui tetti, scivola sulla vasta estesa dell’acqua,
pennellata con tutti I toni del blu, girando poi sul golfo, nuova luna che
abbraccia il mare.
E` l’alba, il
sole si solleva, pronto per una nuova missione, dietro le colline, sagome di
cammelli, dando una timida occhiata al mondo.
Il suo rossore brucia gia` l’orrizzonte graffiandolo, segnandolo con
strisce rosa e blu, note di una cantilena di un paese fatto di verita`
leggendarie.
Dopo
settimane di lancinanti sirene, frastruoni di missili, roghi di odio gratuito,
insensato, questa mattina di settembre, qui a Haifa, ho creduto di vivere in un
paese come un altro, ma l’onda di un notiziario mi risveglia dal mio torpore,
realizzo che qui niente e` come altrove.
Da sempre
questa terra lancia un saluto, un shalom, un invito che il mondo si rifiuta di
sentire, le grida non possono descrivere una tale sofferenza. La perdita` della vita si iscrive al di la`
dell’intelleto e della comprensione umana.
I nostri giovani
sono il nostro futuro e oggi sono il nostro scudo. Ognuno di loro che cade e` una perdita` che
strappa il nostro cuore, e` una parte di noi che ci lascia.
Qui D-o e`
omnipresente. Ad ogni secondo sfoggia un
miracolo. E` una vibrazione che si
risente nelle viscere di tutta questa terra.
L’unione del cielo e della terra.
Delle stelle e della sabbia.
Da secoli
imperi invincibili ci hanno perseguitato, dittatori spietati ci hanno
torturato, personnaggi, usando il nome dell’Eterno hanno cercato di annihilire
la nostra anima, folli hanno cercato di cancellare ogni traccia del nostro
popolo. Sono spariti tutti.!
E noi, gente
della cima del Sinai, siamo tornati per sempre.
Israele terra e popolo della pace, per l’eternita`.
Quando
duncque tutti questi sinistroidi, tutti questi antisemiti capiranno ( o vorrano
capire) che possono bruciare la nostra bandiera, la nostra stella e` eterna.
Il sole si
e`assopito, scoprendo sulle sue palpebre un ombretto striato di luci rosee e
dorate che dissipano le tenebre.
Buona sera
Speranza, buon giorno Pace.
Ruben Sonsino
Haifa-Israele
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9) Da La STAMPA del
sabado, 16 settembre 2006;
10) Un articolo di Fiamma Nirenstein:
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11)
IL Tempo.it: domenica 26 febbraio 2006
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Petizione del padre di una vittima dei kamikaze contro il film «Paradise
now» |
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Yossi Zur: «I riconoscimenti internazionali alla
pellicola sono un premio al terrore e la legittimazione dell’omicidio di mio
figlio» |
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YOSSI Zur è il padre di Assaf, un ragazzo di 16 anni ucciso il 5 marzo 2003 da un attentatore suicida a Haifa, una città sulla costa israeliana. Yossi Zur ha scritto questo articolo a gennaio, dopo aver saputo che il film palestinese «Paradise Now» aveva vinto il premio dei Golden Globe come miglior film in lingua straniera, scelto dalla Associazione della Stampa Estera di Hollywood. di YOSSI ZUR Mio figlio Assaf non aveva ancora compiuto 17 anni quando è stato ucciso in un attacco terroristico in Israele il 5 marzo 2003. Quest'anno, proprio nel giorno del terzo anniversario della sua morte, la Academy of Motion Picture Arts and Sciences potrebbe premiare con un Oscar un film molto pericoloso. Questo film si chiama «Paradise Now». Il film, nominato come Miglior Fim in Lingua Straniera dell'anno, segue il cammino di due giovani palestinesi dal momento in cui decidono di diventare attentatori suicidi fino a quando uno dei due sale su un autobus pieno di persone a Tel Aviv. «Paradise Now» è una produzione professionale, realizzata con una grande attenzione per ogni dettaglio. Allo stesso tempo, questo film è un'opera estremamente dannosa, non solo per Israele ed il Medio Oriente, ma per il mondo intero. Mio figlio Assaf frequentava il penultimo anno di liceo, studiava scienze informatiche, quando un giorno dopo la scuola è salito su un autobus per tornare a casa. Durante il tragitto, un attentatore suicida da Hebron, un ragazzo di 21 anni, anche lui studente di scienze informatiche, è salito sul suo stesso autobus e si è fatto esplodere. Delle 17 persone rimaste uccise, nove di loro erano ragazzi che tornavano da scuola che avevano meno di 18 anni. Assaf è stato ucciso all'istante. Sono andato a vedere «Paradise Now» per cercare di capire che tipo di messaggio volesse trasmettere. Il messaggio è forse che l'assassino è un essere umano e come tale è degno della nostra solidarietà come lo sono le sue vittime? No, egli non lo è. O forse ha qualche dubbio? No, non ne ha. Dopo tutto, egli è così sicuro della sua missione che è pronto a uccidere se stesso a fianco delle sue vittime. O forse, ho pensato, il film vuole trasmettere l'idea che sono gli israeliani i veri colpevoli di quest'azione così terribile, di questo fenomeno degli attacchi suicidi. Se ciò fosse, gli israeliani sono colpevoli per attacchi terroristici di simile natura, come quello contro il World Trade Center a New York, quello nella discoteca di Bali, negli alberghi di Amman, nei negozi in Turchia, nei ristoranti in Marocco, nella metropolitana di Londra, nei treni in Spagna e tanti altri ancora? Che cosa rende «Paradise Now» meritevole di questa prestigiosa candicatura? In un momento in cui Hamas, un'organizzazione terroristica dedicata alla distruzione di Israele, ha vinto una significativa vittoria nelle elezioni legislative palestinesi, e il presidente iraniano ha dichiarato pubblicamente il suo desidero di «cancellare Israele dalla mappa», che tipo di messaggio vuole trasmettere la Academy Award al miliardo di telespettatori di tutto il mondo? I critici dello spettacolo che hanno scelto di fare onore a questo film, l'avrebbero comunque elogiato se foss |